04 gennaio 2016 | Comunicazione
L’arte del perdersi
Still Alice, quando non sei più tu
by Valentina Chittano
Redazione Metropolitan ADV


Crudele, come la deriva a cui ti porta. L’Alzheimer fa vivere “l’arte del perdersi” nel modo più insensato. Facendoti proprio perdere il senso. Delle cose, delle persone, dei pensieri, dei ricordi. Che capiti ad Alice poi, così precocemente, sembra quasi amplificare la condanna. Insigne professoressa di linguistica alla Columbia University, Alice ha sempre affermato quanto il rapporto tra memoria e computazione sia la base della comunicazione. Ma se questa memoria viene meno? Il declino delle facoltà cognitive di questa giovane donna in carriera, moglie e madre, è l’atto di un dolore muto che trasforma, ti fa diventare un’altra persona. Guardarti diventarlo è straziante, al punto da farti desiderare la morte piuttosto che una vita non tu, ovattata nel “non so, non capisco”.
Still Alice è un film che ha la forza e il pregio di non cadere in una qualsivoglia forma di patetismo che l’argomento rischierebbe di servire su un piatto d’argento. Affronta lo stridore di questa patologia con la delicatezza di una Julienne Moore mai sopra le righe.
Mentre il passato viene pian piano cancellato nelle sue voci e nelle sue immagini , sbalordisce però ciò che riesce a sopravvivere a ogni malattia che logora il corpo e la mente. Quella parola appena accennata che chiude questa pellicola da vedere. Amore.


Still Alice, film del 2014, scritto e diretto da Richard Glatzer e Wash Westmoreland